“QUELLA STRAGE NON HA INSEGNATO NULLA E NELLE FABBRICHE SI CONTINUA A MORIRE"

Intervista tratta da “ La Repubblica ” del 15 gennaio 2009 a cura di Vera Schiavazzi.

«A volte, dopo tanti anni che lavori, ti pare di avere la padronanza piena del forno, della linea. Fai meno attenzione, e l´incidente arriva. Ma la verità è che sono, siamo, tutti delusi: nonostante tutto, le aziende in primo luogo non hanno ancora imparato la lezione della Thyssen. E i lavoratori continuano a morire. ho pensato ogni giorno a quel rogo, sono certo che l´azienda è colpevole. Ci costituiremo parte civile però io non andrò in aula: ci sono stati troppi veleni e trasformare in simboli quei sette operai morti farebbe torto alle altre vittime. ». Maurizio Peverati, 54 anni, segretario della Uilm piemontese, oggi non sarà nell´aula dove si apre il processo ai vertici della multinazionale tedesca per la morte di sette operai.

REPUBBLICA: Peverati, perché non va al processo?

«Sarò rappresentato come parte civile, naturalmente la Uilm si è costituita e andrà fino in fondo per ottenere la condanna dei responsabili. Ma ci sono state troppe polemiche, troppi veleni. E oggi insistere su quei sette operai, trasformarli in simboli, per me è come fare un torto agli altri milleduecento morti nelle fabbriche nei dodici mesi successivi. Non sto dicendo che il processo non sia importante, ma è appunto un processo, un luogo dove stabilire la verità e pronunciare una sentenza, non un palcoscenico per comizi o battaglie politiche».

REPUBBLICA: Il suo sindacato è stato a lungo il più forte alla Thyssen, come un po´ dappertutto nella siderurgia torinese, quando esisteva. Per quali ragioni?

«La siderurgia, le ferriere, le acciaierie, sono un luogo speciale. È come stare all´inferno, con la differenza che a quell´inferno ti affezioni e i compagni di lavoro diventano i tuoi migliori amici. Forse è per questo, per questi legami fortissimi tra le persone, che un sindacato come il nostro è stato spesso il primo in quelle fabbriche. Ricordo che nell´80, quando lo stabilimento che poi sarebbe diventato ThyssenKrupp era ancora Fiat, la proprietà ci chiese turni speciali per far fronte a una crisi energetica, si trattava di lavorare di più e sempre per restare sui mercati. La Fiom non firmò l´accordo, noi sì e il nostro massimo esponente fu il primo a andare a lavorare la domenica: erano in ballo stipendi, posti di lavoro, e questo per noi è più importante di tutto».

REPUBBLICA: Qualcuno ora dice che lo stipendio, alla Thyssen, era anche troppo importante. Dice che per continuare a riceverlo qualcuno ha chiuso un occhio sulla sicurezza, magari anche i sindacalisti…

«Guardi, in questi tredici mesi ci ho pensato ogni giorno, ho cercato di ripassare tutto quello che sapevo. E mi sono risposto che le colpe sono dell´azienda, che non ha più messo l´uomo e la sua salute al primo posto nelle sue priorità da quando è stata decisa la chiusura. Il sindacato non poteva fare più di ciò che ha fatto. Ciò non significa che non ci siano state trascuratezze, anche gravi, estintori inservibili e tutto il resto che abbiamo appreso dopo la tragedia. Ma sinceramente non credo che prima della decisione di chiudere e del piano di smantellamento - una cosa terribile ma normale in una fabbrica siderurgica - i livelli di prevenzione fossero così elevati e perfetti».

REPUBBLICA: Lei è mai entrato in una fabbrica?

«Certo. Mio padre è venuto da Ferrara per fare l´operaio alle ferriere di Borgaro, dove poi ha fatto entrare me, come usava allora. Ho lavorato cinque anni come addetto alla manutenzione e ho fatto in tempo anche a vedere un incidente terribile, con sette feriti gravi: gettando i rottami nel forno a 1400 gradi, il gruista non si è accorto che c´era anche un bidone pieno d´acqua, e il forno è esploso. So che cos´è la paura, so che cosa sono i turni più lunghi del dovuto perché manca qualcuno, so che cos´è quel clima speciale che rende queste fabbriche terribili e meravigliose. E so anche che si guadagna di più, parecchio di più, che in un´azienda metalmeccanica, e che chi lavora lì vuole restarci fino all´ultimo giorno possibile».

REPUBBLICA: Anche alla Thyssen? Anche a rischio della vita?

«Quando l´azienda ha annunciato la chiusura, abbiamo cercato di contrastarla in tutti i modi. Poi abbiamo firmato un accordo: simbolicamente era una chiusura tragica, l´atto finale dell´acciaio a Torino. Ma era anche un accordo "normale", e normale era continuare a lavorare fino all´ultimo giorno».

REPUBBLICA: Un´ultima domanda: si ricorda come l´ha saputo?

«Erano le cinque del mattino, dormivo in casa mia. Suona il telefono, è Michele Carbonio, il nostro operatore sindacale, mi dice che l´ha chiamato Antonio Boccuzzi. All´alba sono lì. Sento le percentuali di ustioni sul corpo, e capisco che moriranno tutti».